
 |
|
Prodotti Tipici
Il Primitivo di Manduria
Rosso intenso come il sangue, lascia il segno sulle labbra di chi lo gusta, attratto dal sul profondo colore vellutato e dal suo profumo inconfondibile, oppure limpido, schietto e trasparente, dove ci si rispecchia tra quei riflessi purpurei. "Il primitivo", esso cambia secondo il metodo di lavorazione ma resta sempre forte, robusto, un po' selvatico, evocando piacevoli sensazioni e riscaldando il cuore e l'animo. L'origine della selezione della pianta e successivamente la definizione di primitivo viene attribuita ad un uomo di chiesa, "Don Francesco Filippo Indelicati" primicerio della chiesa di Gioia del Colle, il quale notò che tra i vitigni da lui amorevolmente coltivati c'era una pianta che giungeva a maturazione prima di tutte, dava un uva particolarmente gustosa e dolce e si poteva vendemmiare già sul finire di Agosto.Il successo di queste uve fu tale che, spinse i coltivatori di Gioia del Colle ad estenderla ai terreni circondanti. Così la pianta si diffuse in tutta la Murgia barese, giungendo a noi per merito di un nostro illustre concittadino, "Don Tommaso Schiavoni Tafuri" il quale, sposando la contessina "Sabini di Altamura" ebbe in dono questa preziosa dote: delle barbatelle scelte di quella vite così particolare. A Manduria e dintorni, la pianta ha trovato, sin da allora un habitat naturale ottimale, soprattutto nelle lingue di terra che costeggiano il mare, ma anche altrove, il clima ha favorito quell'appassimento naturale del frutto, che fa aumentare gli zuccheri ed elevare la gradazione alcolica. I terreni favorevoli hanno aiutato la pianta ad affondare le radici, lì dove potesse trovare la frescura sotterranea per combattere il sole cocente d'estate ed essa è cresciuta rigogliosa e fiera, modellandosi alle bizzarrie del vento. Tutta questa forza del vitigno la si ritrova pienamente nel prodotto del suo frutto, infatti, il primitivo è un vino che si beve a piccoli sorsi, lo si centellina piano piano con parsimonia, gustandone il suo bouquet ricco e aromatico che soddisfa e fonde gusto e odorato. Classico vino da meditazione, decantato da poeti e scrittori, ottimo per innaffiare ed esaltare varie pietanze e ben s'accompagna con arrosti, cacciagione e selvaggina, giungendo al top su salse e cibi piccanti.Invecchiato, invece, trova la sua perfetta collocazione con le nostre specialità dolciarie a base di pasta di mandorla, con i tipici "scajuèzzuli" e "cupeta", ma non lo è da meno su qualsiasi altro dessert. E' indicato, ancora, per affogare frutta fresca di stagione, delizioso con pesce e fragole, oppure come ingrediente fondamentale per preparare la sangria. La grappa, ultimo dono delle uve già lavorate ha anch'essa una sua lodevole caratteristica, nonostante l'alta gradazione alcolica, è morbida e piacevole al gusto, non taglia il palato perché la sua forza è temperata dal bouquet e dalla rotondità della vinaccia da cui trae origine.
E lui, il primitivo, il degno ambasciatore della nostra terra e della nostra cultura, porta con se ovunque il calore e il sapore della nostra accogliente cittadina.Il parere dell'enologo.I nostri assaggiatori hanno scelto solo dei Primitivo in purezza, cioè vini fatti al 100% con uva di questo vitigno. Sono tutti vini che provengono dalla stessa zona geografica, la Puglia. La zona, più precisamente, coincide con quella parte di regione che prende il nome di Salento e che comprende parte delle province di Brindisi e Taranto.Fra questi il più conosciuto è il Primitivo di Manduria Doc. Dallo stesso tipo di uva, sempre in purezza, si ricavano anche altri vini molto simili, come il Salento Primitivo e il Primitivo Tarantino, che non hanno la certificazione Doc.Il vitigno primitivoIl primitivo è un vitigno che dà uva dagli acini neri. Il suo nome deriva dal fatto che la pianta fiorisce in anticipo e i suoi grappoli maturano precocemente rispetto ad altri tipi di vite. La raccolta delle uve si fa quindi tra la fine di agosto e i primi di settembre. Il vitigno è conosciuto anche coi nomi di primaticcio, morellone, uva della pergola, primativo, uva di Corato, primitivo di Gioia o locale. Per crescere bene vuole terreni argillosi e calcarei. È un tipo di vite che dà grandi quantità di uva ogni anno. Ha il difetto di essere poco resistente al marciume e alle brinate primaverili e per questo motivo è molto diffuso in Puglia, dove il clima è caldo, secco. Ha d'altro canto il vantaggio di sopportare abbastanza bene malattie pericolose per la vite come oidio e peronospora.II vino.Come deve essere il vino che si ricava dal primitivo? Innanzitutto secco, di circa 14 gradi, robusto, corposo. Il colore è molto particolare: rosso denso, scuro, impenetrabile, con sfumature viola. Questa carica cromatica importante, come la chiamano i sommelier, è propria del vitigno, ricco di sostanze coloranti, ma è data anche dal clima. Sì, perché il terreno tende a dare acini più ricchi di componenti coloranti soprattutto nelle zone in cui gli sbalzi di temperatura fra la notte e il giorno sono alti. Il vino ottenuto dal primitivo dà sempre intensi profumi di frutta, soprattutto ciliegia e prugna. Va sorseggiato con calma, per consentire al suo profumo di cambiare lentamente. Se lo lasciamo infatti qualche minuto nel bicchiere, questo vino tende a rilasciare profumi di spezie. Sarebbe un peccato perderli. In bocca deve essere leggermente asprigno ma allo stesso tempo avere una buona morbidezza. Una morbidezza non data dal residuo zuccherino, cioè dagli zuccheri non trasformati in alcol presenti nel vino, ma dalla polpa, ovvero la consistenza del liquido e dalla forza alcolica. Il gusto deve rimanere in bocca a lungo.Per anni in Italia i vini ottenuti dal primitivo sono stati mortificati. Sono stati svenduti agli importatori francesi o tedeschi, oppure a produttori di altre zone d'Italia, che li hanno usati come vini da taglio. Adesso per fortuna stiamo voltando pagina. I produttori sono coscienti della qualità dei propri vigneti e stanno cominciando una vera e propria corsa alle autorizzazioni a impiantarne di nuovi. Quale sarà il futuro del primitivo? I riconoscimenti ottenuti negli ultimi anni fanno ben sperare. La ricerca della qualità paga, grazie anche alla professionalità di alcuni enologi locali, buoni conoscitori della loro terra e di altri validi enologi trapiantati in Puglia. |
 |
|
|
Olio & Olivo
L’olivo, con la sua verde chioma dai riflessi argentati, il suo tronco nodoso e sofferto su cui sembrano incise le vicissitudini ed i millenni di storia dell’uomo, caratterizza ormai da tempo immemorabile la civiltà mediterranea.Originario, come la vite dell’Asia Minore, venne introdotto lungo le nostre coste all’epoca di Tarquinio Prisco (600 a.C.) e qui ben si adattò per quel clima che rifuggiva dagli eccessivi caldi e dagli estremi rigori. Uno sguardo ad una cartina geografica, ci mostra infatti, come la presenza di questa pianta sia in rapporto con la vicinanza del mare e con i terreni asciutti e magri. Anticamente, l’olivo era considerato simbolo della saggezza e della pace, ed ancora oggi con lo stesso significato viene utilizzato la domenica delle palme.Da sempre, esso è stato oggetto di studio da parte di uomini di scienza e mirabile sono le pagine di agricoltura scritte alla fine del diciannovesimo secolo dal sacerdote Salomone da Mistretta, che si dedicò alla stesura della voluminosa opera “Trattato teorico pratico di agricoltura” e che ancora trova meritata attenzione da parte di tecnici e studiosi. Già allora veniva proposta in quel “trattato” una classificazione delle varietà secondo la forma del frutto, cioè in olive ovali e bislunghe.Nelle due varietà di olivo che si coltivano nei nostri dintorni c’è “la oliara” che dà un frutto dalla forma bislunga ed una resa maggiore rispetto all’altra: “La cellina”. La cellina in compenso matura prima, il suo frutto è piccolo e scuro, ma il prodotto si distingue in qualità. La raccolta avviene in autunno e si protrae anche nei mesi invernali. Le campagne pugliesi, in questi periodi si popolano di contadini che con gioia e soddisfazione iniziano la raccolta delle olive. La raccolta si fa per battitura (bacchiatura), scotendo l’albero (scrollatura), rastrellando i rami nel senso della disposizione delle foglie (pettinatura) o a mano (brucatura).Le olive lavate e cernite, si lasciano asciugare sistemandole su graticci in ambienti asciutti e ben areati, sono talvolta private del nocciuolo e sottoposti alla macinazione in mulini speciali (frantoi): la pasta poltigliosa, racchiusa in speciali cestelli, viene sottoposta alla torchiatura, ottenendo così il "mosto di prima spremitura" contenente il 60% - 70% dell’olio totale.Da questo per decantazione o centrifugazione si separa l’olio che va ulteriormente separato dalle impurità che contiene. Mediante una successiva spremitura si ottiene "sansa vergine", da cui si estrae l’olio di sansa. Si hanno così prodotti commestibili e prodotti industriali (per saponi, lubrificanti e olio da bruciare). Per il trasporto delle olive al frantoio la tradizione suggerisce l’immagine di un mulo che scende per un sentiero sassoso, recando sul basto la coppia di gerle colme di frutti neri e lucidi; o quella di un cozzo agricolo che avanza sobbalzando fra il rumore e il cigolio delle ruote e del mugghio degli animali addetti al traino. Oggi immagini di questo genere sono piuttosto rare: veloci e potenti autocarri assolvono in modo sbrigativo questo compito. Molto di pittoresco è andato perduto ma si è guadagnato tanto in sicurezza e celerità.
L'olio, dono dell'olivo, oro verde della nostra regione, è alla base di ogni pietanza con il suo pieno sapore fruttato, indispensabile per rendere ogni piatto ricco e gustoso, regalando sapore e fragranza ai cibi più umili, infatti,con le sue goccioline dorate, riesce a rendere squisita e speciale, dalla più semplice bruschetta di pane, alla più elaborata frisedda. |
 |
|
|
Li Pettuli
Le pettole sono delle frittelle caratteristiche fatte con farina, acqua, lievito e con un pizzico di sale. Con questi ingredienti viene preparato un composto fluido e ben amalgamato che si lascia riposare e lievitare per un po’ di ore.Una volta che l’impasto è ben lievitato si mette a friggere in abbondante olio di oliva, lasciando cadere nell’olio bollente dei piccoli boli creati con le mani oppure con l’ausilio di un cucchiaio da cucina.Si gustano calde avvolte di miele o spolverate di zucchero. La fantasia culinaria, in un territorio dove la natura generosa offre un’immensità di sapori e profumi, si è estesa, creando anche una versione salata delle pettole, dove viene aggiunto all’impasto iniziale, un po’ di pomodorini, olive nere , capperi e alici tagliati a pezzettini. Anche questo tipo di “pettuli” si gustano caldissime appena estratte dall’olio, fragranti e dorate sono un piccolo e invitante sfizio per il palato.La tradizione di queste frittelle è antichissima, e vuole che siano preparate nel periodo pre - natalizio ed esattamente alla vigilia di due feste importantissime: quella del Santo Natale e quella dell’Immacolatala. In quest’ultima occasione, l' usanza religiosa voleva, che si mangiassero rigorosamente alla sera, insieme ad un'altra pietanza tipica “La Tria cu llu baccalai”, dopo aver rispettato una giornata di digiuno dedicato alla “Santissima Immacolata”.L’origine della giornata di digiuno risale al 1664 e si narra che iniziato nelle nostra Manduria si sia esteso in tutta Italia a in altre nazioni, grazie alla Confraternita della Beatissima Vergine.Verso il 1664 la terra di Manduria, che allora si chiamava Casalnuovo, era talmente flagellata dal castigo dei fulmini durante continui e violenti temporali, che quasi ogni giorno giungevano dalle campagne carri carichi di contadini morti perché colpiti da ‘saette’. Gli abitanti del paese, pensando che fosse un castigo del cielo e non sapendo cosa fare, si rivolsero alla Confraternita che già allora esisteva.Un sacerdote, “Don Andrea Durante”, si rivolse a Napoli, ad una Serva di Dio, “Suor Maria Villani”, la quale dopo aver tanto pregato e riflettuto, disse che per ottenere il perdono di Dio e per liberarsi dal castigo, era necessario che ognuno facesse un digiuno a pane ed acqua in onore della Beata Vergine Immacolata. All’inizio pochi rispettarono questa richiesta, ma quando si vide che quelli che osservavano il digiuno non venivano colpiti dai fulmini, mentre gli altri continuavano a morire, tutti si associarono al digiuno e le morti cessarono.D’allora questa tradizione viene rispettata ogni anno e in tante parti del mondo. |
 |
|
|
Pizzarieddi e Recchi
E' risaputo ormai da tempo che l'alimentazione mediterranea si basa sulla pasta, essa è la protagonista incontrastata dell'immagine culinaria italiana nel mondo, come "li pizzarieddi e recchi" lo sono della nostra Manduria. Preparati con semola di grano duro ed acqua, fanno parte di una tradizione che si tramanda da generazioni, da madri in figlie, le quali invitavano quest'ultime ad avvicinarsi "allu taulieri" sin dalla più tenera età per imparare quest'arte. Certamente è un'arte il saper lavorare la pasta, un qualcosa che si sta perdendo con l'ausilio delle nostre moderne macchinette. Per non lasciar dissolvere questa tradizione nei ricordi più remoti, invitiamo virtualmente anche voi ad avvicinarvi allu taulieri, per conoscere come vengono preparati pizzarieddi e recchi.Li recchi, che sono le già conosciute orecchiette pugliesi, sono fatte dividendo l'impasto ben amalgamato e lavorato, in tanti piccoli pezzetti e usando su ognuno di essi una delicata pressione del pollice contro la spianatoia, formando così, con un piccolo movimento rotatorio, un cappelletto da rivoltare. Per li pizzarieddi si adopera lo stesso procedimento iniziale, solo che sopra ogni pezzetto viene posto un ferretto quadrangolare detto "frizzulu", il quale viene fatto rotolare sulla spianatoia esercitando una leggera pressione con il palmo della mano. Così il pezzetto di pasta si allunga e una volta tolto lu frizzulu diviene vuoto all'interno favorendo una perfetta cottura.La tradizione vuole ancora che, questa pasta sia condita, una volta cotta in abbondante acqua salata con un ragù composto da involtini di carne di cavallo, "li brascioli", con aggiunta dei succosi e dolcissimi pomodorini locali. Il tutto è completato da una spolverata di "cacioricotta", tipico formaggio dal gusto fresco e delicato, oppure, con pecorino stagionato e piccante, per chi ama i sapori forti.Nella categoria della pasta fresca tipica, una nota di rilievo spetta anche alla non meno appetibile "lajana" adatta per completare e rendere più gustose le semplici minestre di ceci e fagioli, ma viene preparata anche per "la tria cu llu baccalà" pietanza tradizionale pre-natalizia. |
 |
|
|